Beato  Angelico

 

ANTOLOGIA
DELLA   CRITICA

 

P.Innocenzo Colosio O.P.  

Il Dottore Angelico e il Pittore Angelico

 

Le «Vite parallele» del buon Plutarco non sono più di moda, però, oggi, come allora, rimane vero che il metodo di confrontare, paragonare periodi a periodi, opere ad opere, personaggi a personaggi, non solo è legittimo, ma quanto mai fecondo, perché aiuta a scoprire nuove prospettive e soprattutto ci fa raggiungere una visione superiore ed unitaria del sapere. La legge del confronto è indubbiamente il segreto di una cultura viva e saporosa, come ci insegna il geniale Gratry nelle sue «Sorgenti».

È ormai quasi un luogo comune, suggerito dalla stessa omonimia dell'appellativo, accostare Tommaso d'Aquino a Giovanni da Fiesole(1). Però ordinariamente si rimane nel generico, nell'approssimativo; noi invece vorremmo istituire un serrato, vigoroso parallelismo tra i due, anche se condotto in modo scarno ed asciutto.

Non è certo per una fortuita coincidenza se tanto il sommo Teologo quanto l'impareggiabile Pittore abbiano ricevuto dalla posterità l'identico appellativo di «angelico», appellativo denso di significato, che va molto al di là dall'esprimere la loro purissima vita e la loro geniale attitudine a trattare il tema degli Angeli rispettivamente con la penna o con il pennello. Questo comune appellativo più che qualificare soltanto due anime, caratterizza due sintesi, due esperienze, due stili profondamente uguali, pur nella invalicabile diversità dei rispettivi campi in cui si esercitarono.

Si badi bene: non è mia intenzione trattare esplicitamente dell'influsso del sommo Dottore sul sommo Pittore per ciò che riguarda il contenuto, l'ideazione dei suoi quadri; questo è già stato fatto recentemente, con felici e nuovi risultati, dal P. Tito Centi (2). Questa dipendenza è innegabile e d'altronde molto naturale: solo il contrario sarebbe poco comprensibile. Il Beato Angelico può essere a ragione considerato come un super-commentatore della «Somma». Dopo aver frequentato con intelletto d'amore la «Somma», si capisce, si gusta, si ammira di più l'opera pittorica dell'Angelico, così casta e limpida, così luminosa di intelligenza condensata e di sentimenti smorzati e dominati.

Ma noi vogliamo andare più in là e trovare tra i due una consonanza, una sottile corrispondenza di identici atteggiamenti spirituali, pur nella innegabile diversità del loro specifico campo di azione.

 

Una obiezione

A chi ci obiettasse che attività artistica ed attività speculativa sono tra di loro talmente differenti da non ammettere alcun punto di contatto, risponderemmo che invece, tanto l'una come l'altra, hanno quale loro compito la ricerca della essenzialità, della unità, dei punti focali del reale. Ambedue tentano di togliere i veli alle cose, procurandoci un nuovo modo di vederle in profondità, facendoci superare la trita e frusta esperienza quotidiana. Certamente i mezzi della creazione artistica e quelli della indagine speculativa sono, in un certo senso, opposti: infatti mentre la ricerca filosofica si sforza di sciogliere l'essenza universale dall'involucro delle accidentalità individuali, l'arte invece elabora, insiste su queste accidentalità, le spiritualizza in modo che, rese diafane e trasluminose, lascino trasparire l'intima essenza che esse ricoprono.

D'altronde non si dimentichi che l'indagine filosofica più raffinata ed astratta non può fare a meno della parola, di questo strumento sensibile, che fa da mediazione e in quanto tale renderà sempre possibile a priori un certo confronto tra un artista e un pensatore, tra il mondo espressivo di uno e quello dell'altro.

Premesso tutto questo, prima di entrare nel vivo del tema, è necessario dichiarare che si presuppone nei nostri ascoltatori una sostanziale conoscenza della vita e delle opere di ambedue i nostri eroi, i quali, tanto amanti dell'ordine e della simmetria, vorranno perdonarci se oseremo gettare uno sguardo nel più intimo dei loro cuori, per scoprirvi quei segreti vincoli che ne fanno due somigliantissimi fratelli in ispirito, non per il semplice fatto esterno che furono tutt'e due domenicani, ma perché nella loro geniale attività ebbero uno stile comune, una medesima ansia di continuo metodico progresso, una sostanziale identica concezione della realtà e della cultura, per cui ambedue meritano il titolo di fondatori e realizzatori dell'integrale umanesimo cristiano.

 

L'Angelico «domenicano» o «francescano» ?

Prima però di provare questa tesi che ad alcuni potrà sembrare paradossale, debbo subito esporre una obiezione che forse già spontaneamente si è presentata alla vostra mente, anche perché si trova qualche volta scritta sui libri di illustri critici (3). Infatti non sono mancati coloro che hanno considerato, come si esprimeva, reagendo vivamente, il P. G. Berthier 0.P. nel 1915, il Beato Angelico «una specie di francescano smarritosi tra i domenicani», e a rincalzo si potrebbe aggiungere ciò che osservava lo stesso domenicano P. Marchese un secolo fa, che cioè il B. Angelico sembra vivere in un'atmosfera di trasognato idealismo, ben lungi dal concreto realismo aristotelico-tomistico. Egli tende a idealizzare i suoi personaggi, i quali non sembrano ben piantati su questa terra, ma quasi di passaggio, venuti di cielo in terra a miracol mostrare, pronti però a riprendere il volo e tornare alla loro vera patria, al Cielo. Pare quindi che il mondo culturale e spirituale dell'Angelico sia agli antipodi di quello tomistico, così saturo di sano realismo, così quadrato e solido nel suo ilemorfismo di marca aristotelica.

Tutto il nostro discorso sarà una confutazione, almeno indiretta, di questo superficiale modo di considerare il Pittore domenicano. Ma diciamo subito - e non come ripiego polemico, ma perché questa è la verità storica ben chiarita da vari ricercatori, specialmente dal P. Cornelio Fabro, in quest'ultimo ventennio di indagine tomistica - che il cosmo tomistico è molto diverso da quello che ci presenta il puro aristotelismo. Infatti esso è un mondo sensibile, ma tutto lievitato dalla esigenza dello spirituale, del divino, tutto proteso a superarsi, a spiritualizzarsi, a riflettere il trascendente di cui è una partecipazione (4). Anche per S. Tommaso il sensibile ha una essenziale funzione mediatrice ed è già pregno dell'ultrasensibile, aspira già attraverso l'uomo, alla diretta esperienza del divino. Si pensi all'importanza fondamentale che nel tomismo ha la tesi del desiderio naturale dell'uomo di vedere la stessa essenza divina, visione al cui raggiungimento tende tutta la storia della cultura umana. «Intellectus Dei est finis Universi».

Il vero tomismo è una sintesi superiore di platonismo e di aristotelismo. Del resto vedremo come il B. Angelico, nella sua lunga e intensa carriera artistica, vada sempre più liberandosi da un certo sbigottito estaticismo per prendere un contatto sempre più adesivo alle concrete realtà terrestri, senza però mai dimenticare che esse sono un gradino, un richiamo al trascendente. Ma non anticipiamo troppo e cerchiamo di procedere con ordine. Studieremo quindi le consonanze che esistono fra i nostri due grandi nella vita e nel carattere psicologico, nel metodo, nei risultati, nella fortuna attraverso i secoli.

 

Consonanze nella vita e nel carattere

Ambedue ebbero maestri santi: uno fu allievo di Alberto Magno, l'altro del Beato Giovanni Dominici. Ambedue morirono in servizio attivo per i1 Papa: Tommaso recandosi per ubbidire all'ordine di Gregorio X al II Concilio di Lione, l'altro morì a Roma mentre dipingeva la Cappella Niccolina per comando di Niccolò V. Ambedue mitissimi e imperturbabili nonostante la loro estrema sensibilità. Vasari scrive dell'Angelico: «Non fu mai veduto in collera tra i frati, il che grandissima cosa e quasi impossibile mi pare a credere». D'altronde sappiamo quale contegno sereno e impassibile tenesse l'Aquinate di fronte agli attacchi virulenti e sfacciati dei suoi avversari ideologici.

L'uno e l'altro ebbero il cuore compassionevole e generoso, e furono amici dei poveri. Sulla tomba di fra Giovanni si legge:

«Non mihi sit laudi quod eram velut alter Apelles
Sed quod lucra tuis omnia, Christe, dabam».

L'ultima opera pittorica del Beato rappresenta la distribuzione dell'elemosina ai poveri per mano del diacono San Lorenzo, e vi si ammira tanta umana e viva partecipazione alle miserie dei mortali.

Ambedue furono umili, modesti e servizievoli. Come S. Tommaso rispondeva con sapienti lettere a tutti coloro che gli esponevano dubbi o quesiti, così fra Giovanni non si rifiutava di dipingere quadretti a tutti coloro che gliene facevano domanda, purché ne avessero avuto prima licenza dal Priore. Ambedue temperamenti facili alle lacrime e pieni di devozione, riconoscevano nella preghiera la fonte principale della loro ispirazione. Ed è ai piedi del Crocifisso e bagnati dal suo Sangue che sono sorti i loro capolavori: preghiere trasformate in sillogismi o in colori.

Come S. Tommaso sentì dirsi dal Signore: « Bene scripsisti de me, Thoma! », ci piace immaginare che Gesù abbia rivolto al fiesolano analoghe parole: «Bene pinxisti me, Joannes!».

Ambedue sprezzarono dignità ed onori, ma fra Giovanni fu meno fortunato perché, in età matura dovette sobbarcarsi all'ufficio di Priore del suo convento di origine, mentre S. Tommaso rimase vergine di ogni carica.

L'uno e l'altro scelsero di servire il Signore non in qualche splendida Abbazia o in qualche illustre monastero, ma l'Aquinate preferì l'oscuro, novello e proletario Ordine dei Predicatori e Giovanni, o meglio Guidolino - tale era il suo nome di battesimo - il disprezzato «conventino» (come veniva allora ironicamente appellato) di San Domenico di Fiesole, culla della riforma domenicana del '400. Ambedue ci lasciarono il capolavoro di una stupenda vita profondamente animata da un grande unico ideale. È la straordinaria unità di queste due vite ciò che ci ha sempre profondamente commossi. Essi diventarono eccelsi Santi e perfetti campioni di umanità, attraverso il coscienzioso eroico compimento del proprio «mestiere» rispettivo, con una dedizione senza distrazioni, con una tenacia irremovibile, convinti di adempiere un servizio divino, uno usando la penna, l'altro manovrando il pennello. La grande lezione che questi due uomini danno a noi è la fedeltà a tutta prova alla loro missione. La loro santità non fa astrazione dalla loro specifica attività umana: l'uno si è fatto Santo coll'esercizio indefesso dell'intelligenza speculativa, l'altro con la ricerca metodica e accanita per rendere gli uomini partecipi delle sue celestiali visioni di bellezza. I giovani dovrebbero raccogliere il magnifico insegnamento che si sprigiona dalla vita unitaria di queste due eccelse figure, in una delle quali rivivevano tutte le migliori caratteristiche ancestrali del popolo etrusco come ha cercato di dimostrare il Tumiati, nell'altra le avite qualità più tipiche degli antichi filosofi della Magna Grecia, levitate e fecondate da venature teutoniche. Due personalissimi campioni di due stupende razze!

 

Consonanze nel metodo

Premesso questo sfuggente scorcio psicobiografico, è giunta l'ora di serrare più dappresso il nostro confronto, considerando queste due anime gemelle al lavoro.

Ambedue furono grandi assimilatori delle esperienze e delle acquisizioni altrui.

San Tommaso prende da ogni parte per costruire il suo edificio: dai greci, dagli arabi, dagli ebrei, dai latini, da tutti i pensatori pagani e cristiani. Così fa anche nel suo campo l'Angelico. Infatti esso: «fu a contatto con i tre gruppi di vita artistica che nei primi anni del '400 fiorivano in Firenze: le scuole dei miniatori, le botteghe degli ultimi giotteschi scolari dei Gaddi, il gruppo dei giovani scultori e architetti destinati a gran fama: Jacopo della Quercia e il Ghiberti, Filippo Brunelleschi e il Donatello. Elementi tratti da ciascuno di questo centri si trovano nell'arte dell'Angelico come indizi di una formazione laboriosa e di una coscienza attentissima, ma la sua arte non s'intende se non se ne vede lo stretto rapporto coi maggiori pittori fiorentini della prima metà del Quattrocento, dei cui intenti - nella ricerca della prospettiva, del rilievo, della espressione - egli fu partecipe pur trasfigurandoli nel proprio spirito» (5). «Non ci fu forse un pittore più a giorno delle nuove tendenze dell'arte del creduto [sic] mistico domenicano di Fiesole. La condiscendenza con cui Egli trasferiva [nelle sue opere] ora gli atticismi curvilinei del Ghiberti,... ora i trovati plastici di Masaccio,... ora le invenzioni prospettiche di Paolo Uccello, dimostra che egli avrebbe potuto dominare a fondo tutto ciò,...» (Longhi, citato dal P. Alce p. 53).

Quello che fu l'Agostinismo nella grande avventura intellettuale di S. Tommaso, fu lo stile gotico e il successivo manierismo giottesco nella esperienza spirituale della pittura angelica. Ambedue superarono questa rispettiva grande corrente non negandola, ma assumendo ciò che di imperituro essa possedeva.

Il Beato Angelico, spirito largo, aperto, vigilante non si rincantucciò nell'arcaismo gotico e nell'oramai stanca e stilizzata scuola giottesca, ma accettò sempre più la rinata classicità, piegandola a servire Cristo e la fede, come fece analogamente S. Tommaso con il pensiero greco. E qui mi si permetta una ardita esemplificazione parallela: quello che fu Agostino per San Tommaso, fu Giotto per l'Angelico; quello che fu Aristotile per l'Aquinate, fu Masaccio per Giovanni da Fiesole. Sebbene il pittore della Cappella Brancacci fosse più giovane di quattordici anni del Mugellano (supposta vera la tradizionale cronologia) pure la sua influenza su fra Giovanni fu «tale da lievitarne radicalmente la poetica e l'arte», come ha scritto recentemente Samek Ludovici, il quale continua: «eppure - e questo è l'essenziale - senza che nei risultati si avvertano discontinuità e stridori. Il genio dell'Angelico, che accoglie da Masaccio e da Ghiberti e da Gentile da Fabriano nel suo passaggio fiorentino, non è mai passivo». Infatti la pittura di fra Giovanni rimane inconfondibilmente unica, come una polla sorgiva e fresca alimentata dai più diversi e sotterranei rigagnoli, dalle venature più recondite, Le imitazioni, gli influssi, le derivazioni sono bruciate, fuse in una sintesi perfettamente nuova e originale.

Analogo fenomeno riscontriamo nella costruzione architettonica del pensiero tomistico, dove le varie pietre pur conservando il marchio di fabbrica, diventano parti vive ed insostituibili di un edificio personalissimo. Ed è in questo che l'autentico genio si distingue a prima vista dal talento solamente eclettico.

Ambedue studiarono direttamente la realtà, la natura, Tanto Tommaso come Giovanni non si fermarono allo studio assiduo e coscienzioso degli antichi e dei contemporanei; essi esaminarono anche e a fondo la realtà, la natura, il concreto comportamento umano attraverso una vigilante osservazione sperimentale. Per l'Aquinate rinvio gli uditori ai tanti saggi scritti sull'argomento, e ricordo solo il suo ampio trattato «De passionibus humanis», una delle gemme più rare e belle della «Somma», su cui certo deve aver lungamente meditato il nostro pittore per rafforzare le sue scrupolose indagini sulla faccia umana come specchio delle più svariate emozioni. Il Fiesolano fugge il generico. Egli «vi scolpisce una storia in un volto» (Tumiati). Ricordate il coro dei profeti nella vela del Duomo di Orvieto, il suo capolavoro a giudizio del Clérissac? Specialmente nei dipinti della maturità ogni personaggio ha il suo gesto, ogni gesto la sua ragione (R. Papini). Chi non ricorda l'intensità di espressione degli occhi e delle mani di certe figurazioni angelicane? Tutto questo, son sicuro, siete pronti a concedermelo, ma se io vi dicessi che l'Angelico pittore ha studiato acutamente anche 1a natura fisica, l'atmosfera, le distanze, la prospettiva, il paesaggio, pur senza eliminare tutte le lacune e le ingenuità, forse stentereste a crederlo. Ebbene, allora ascoltate il documentato e pesato giudizio del Berenson: «Osservando nella sua <Deposizione> nel Museo di San Marco e nei pannelli del reliquiario dei Servi e in varie altre pitture, il suo modo di trattare i valori, di riprodurre le distanze, la luce, l'atmosfera,ci vien fatto di domandare se quale paesaggista l'Angelico non è forse il più integro fra tutti i pittori fiorentini del Quattrocento, eccettuato naturalmente Pier della Francesca…, sono rari quelli che al par di lui mi danno la completa sensazione dell'aria aperta. Forse egli fu il primo in Italia a raggiungere ciò, forse addirittura il primo in Europa» (6). Il medesimo grande critico così scriveva in una sua recente opera: «Fra Angelico trattò le distanze con una sorprendente libertà da schemi concettuali. Se avesse posseduto la tecnica duttile e plastica di cui poté disporre Cézanne, l'unico pittore che si meritò il nome di Beato avrebbe forse anticipato in misura interessante il paesaggio moderno» (7). Tumiati commentando il celeberrimo «Giudizio Universale» che si trova ora a San Marco, esce in questa espressione: «Nessun altro pittore del Quattrocento, eccetto il Gozzoli, ebbe un senso così acuto del verde di un giardino. La percezione intensa del recesso ombroso rivela un sentimento complesso ed una assiduità singolare di osservazione. E' un pendìo delizioso di montagna fiesolana trasportato nell'arida simbologia apocalittica».

Un altro punto di contatto tra le anime sorelle di Tommaso d'Aquino e del B. Angelico è il continuo, implacabile sforzo di progredire, di non fermarsi mai sulle posizioni raggiunte, di non ripetersi, di migliorarsi, di intensificare la propria espressione, non sovraccaricandola ma semplificandola al massimo. Chi conosce analiticamente i capolavori dell'uno e dell'altro comprenderà a volo ciò che voglio dire. Nemici giurati della pigrizia, della fossilizzazione, essi tendono tenacemente verso un affinamento formale e contenutistico della propria opera. Il P. Ciuti definì il B. Angelico «il grande incontentabile»; tale definizione si merita pure l'Aquinate. Infatti San Tommaso espone tre, quattro, cinque, sei volte il medesimo problema nei suoi libri, ma non si ripete mai del tutto materialmente; c'è sempre una nuova sfumatura, un arricchimento, spesso una prospettiva nuova; pur rimanendo uguale, è sempre diverso. Così anche il fiesolano, «la serie delle sue opere segna un'ascensione continua nel campo della esperienza formale; esso attesta un infaticabile desiderio di elaborazione, di scelta, di perfezionamento» (R. Papini). Egli non ha fatto come il Perugino, che trovata una formula, un atteggiamento, li ha stucchevolmente ripetuti a serie indefinita. Si è guardato bene dal cadere nella sigla, questo tranello in cui incappano facilmente gli artisti privi di slancio. Come immensa fu la mia meraviglia e crebbe a dismisura la mia stima per San Tommaso quando per la prima volta vidi i manoscritti autografi della sua «Summa contra gentiles», tutti pieni di cancellature, di correzioni, di sostituzioni di vocaboli (si notano fino ad undici variazioni intorno alla medesima frase), così un senso di grande ammirazione destano in me le opere del B. Angelico sul medesimo soggetto, vedendovi una continua ansia di superarsi, di affinare i propri mezzi espressivi. Si pensi alle sue cinque o sei «Annunciazioni», una più bella dell'altra (secondo noi, condividendo l'opinione di molti critici, la più sublime è forse l'ultima da lui pitturata in una cella di San Marco). E' proprio vero che il genio è frutto di grande pazienza, come diceva Buffon, è una specie di pazienza concentrata.

Un altro punto interessante di convergenza tra i nostri due è la loro infaticabile, incredibile operosità nei rispettivi campi. In proporzione all'età, forse nessun filosofo o teologo ha scritto tante opere quante San Tommaso e nessun pittore ha dipinto tanti affreschi e tavole quanti fra Giovanni da Fiesole.

Ancora un'altra coincidenza: pur perfezionandosi con uno sforzo insonne e diuturno, ambedue fino dalle prime opere giovanili hanno una già ben marcata e definita personalità che non varierà più essenzialmente, pur subendo continui ritocchi e modifiche quanto mai significativi. Ciascuno conserverà per tutta la sua opera il proprio stile inimitabile e inconfondibile.

 

Consonanze nei risultati

Ambedue furono innovatori rivoluzionari. Che S. Tommaso si sia meritato una tale qualifica ormai nessuno più dubita. Del resto già un suo contemporaneo e discepolo, Tolomeo da Lucca, per ben nove volte ripeteva l'espressione «novus» per descriverci il suo metodo e il suo sistema. Come giustamente oggi nessuno più ammette che San Tommaso fosse, tutto sommato, un agostinista con rattoppi aristotelici, oppure un aristotelico con ampi plagi agostiniani, ma tutti lo considerano un pensatore nuovo e geniale che fonde in una unità superiore e il tradizionale agostinismo teologico e il nuovo inebriante vino del Peripato, così il B. Angelico non è più oramai considerato come il semplice, anche se grande, epigono della scuola giottesca, con notevoli venature gotiche e con preponderante esperienza miniaturistica, ma un grande sublime pittore, svincolato da qualsiasi servile e passiva imitazione, consapevole dei suoi mezzi straordinari che ne fanno un caso a sé, un isolato.

Il già più volte citato Bernard Berenson, forse il più grande critico d'arte oggi vivente, scriveva nel 1952: «Le conclusioni raggiunte ci inducono, anzi ci obbligano a dare all'Angelico quale artista e iniziatore, e forse innovatore, un posto superiore a quello che fino ad oggi gli si era attribuito». E un altro critico, il Tumiati, più di mezzo secolo fa arrivava a scrivere: «L'Angelico è, in germe, il primo pittore divisionista, perché è il primo grande osservatore della luce». E aggiungeva che il Fiesolano possedeva il terribile senso dei rapporti cromatici, pur mancando di chiaro-scuro. Malgrado l'apparenza di ingenuità, egli possiede una tecnica raffinatissima, quasi sconcertante per le improvvise arditezze, per la varietà duttile ed armonica dei suoi colori.

Ambedue furono grandi lottatori. Non si dà cambiamento senza lotta, senza contrasto. E come l'Aquinate dovette condurre un'aspra e dura lotta - di cui sono oramai noti gli episodi più salienti - contro il conservatorismo dei teologi agostiniani, così è logico supporre che anche il fiesolano dovette combattere contro le esigenze e i canoni dei refrattari ad ogni rinnovamento. Tumiati scrive: «L'esigenze chiesastiche che doveva soddisfare, tendevano un laccio continuo di canonismo vuoto e pesante e di formalismo retrogrado; onde scopresi un lato nuovo del nostro artefice, quello di lottare fra il suo novello stato intellettuale e il gusto ancora vecchio dei suoi committenti. Dove egli bizantineggia, cede terreno: dove si libera da ogni convenzione, grida vittoria».

Ma tutte le consonanze finora accennate sono un nulla a confronto di quella culminante e centrale che riguarda lo stile espressivo dei nostri due geni. Infatti lo stupendo purissimo stile filosofico dell'Aquinate e l'ammirevole stile pittorico di Fra Giovanni rivelano una stretta parentela, una misteriosa affinità spirituale. Sono veramente due anime gemelle. Ne volete una prova empirica? Leggete, con la penna in mano, un certo numero di saggi sia sul grande pittore che sul grande Dottore e trascrivete su una colonna ciò che si dice dello stile e del modo di esprimersi del Beato, sull'altra parimenti ciò che si dice a tal proposito del Santo: con vostra meraviglia troverete ripetuti a sazietà i medesimi identici aggettivi. Di ambedue si dirà che hanno una espressione, uno stile: cristallino, chiaro, luminoso, sereno, schietto, semplice, essenziale, onesto, saporoso, misurato, simmetrico, fermo, sobrio, limpido, terso. E come di nessun pittore si può dire altrettanto con la medesima aderente precisione, così non si può realmente attribuire tutti questi epiteti a nessun scrittore di filosofia o di teologia, che non sia il solo Tommaso d'Aquino, del cui stile filosofico già altra volta avemmo occasione di affermare quanto segue: «Il suo stile filosofico supera quello di Aristotile, di Platone e di Agostino; infatti in esso riscontriamo: perfetta aderenza tra forma e contenuto, somma chiarezza congiunta a lineare brevità, esattezza di linguaggio senza servilismo di termini tecnici, felice scelta di immagini e paragoni, ammirabile equilibrio nell'architettura del periodo, che si snoda limpido e sereno, efficace e stringente. Fermandoci ai cosiddetti criteri dell'arte funzionale, San Tommaso va senz'altro annoverato tra i sommi artisti dello stile filosofico». Ciò che il già citato critico R. Papini dice del nostro pittore, riconoscendo in lui «una riduzione al minimo degli elementi espressivi indispensabili alla trattazione del tema... una intensità di espressione, un nitore di forme, una limpidezza di colore, un equilibrio perfetto di composizione,... entro schemi di rigore geometrico» si può pari pari trasportare al modo con cui S. Tommaso veste di parole il suo poema metafisico, la sua intuizione della realtà ultrasensibile. Sono ambedue antirettorici, non cercano mai l'effetto, ma vanno all'essenziale, cogliendo sempre il nucleo centrale di ogni tema.

Non c'è pittore meno decorativo del B. Angelico, come ha fatto osservare Tito Spini in una commemorazione sull'«Eco di Bergamo» (del 1955). Mentre negli altri Pittori, p. s., nel Lorenzetti, i paesaggi, gli sfondi sono ornamentali, nell'Angelico il paesaggio e l'architettura sono parte psicologica integrante della composizione, fanno un tutto con la scena.

Tanto l'Aquinate come il Fiesolano odiano il generico, il vago, l'impreciso; essi sanno che la realtà è strutturata di esseri ben definiti ed irripetibili. Come il Dottore comune cerca di definire esattamente l'intima essenza di ogni virtù, così l'Angelico tenta di dare ad ogni volto la sua spiccata personalità. Una decina di volte Fra Giovanni ha raffigurato l'Aquinate e sempre in maniera diversa; ma, sempre o quasi, facilmente riconoscibile, anche se non portasse sul petto l'emblema del sole raggiante.

Vi è in tutt'e due una essenzialità, che non è però scarnificazione astratta o surrealista; una cura del particolare sempre in funzione del lutto, un realismo che afferma il corpo, ma subordinandolo allo spirito. Squilla nell'opera di ambedue, decisa e franca, l'affermazione del primato dello spirito, del divino, del trascendente, senza però rinnegare alcun valore sensibile e terrestre.

Nel B. Angelico «la materia ha perso il suo peso, ed è divenuta luce e colore» (Ludovici); nell'Aquinate la parola è diventata strumento docilissimo e trasparente del pensiero. Un artista moderno ha scritto: «I grandi pittori spiritualizzano sempre il colore, come i grandi scrittori spiritualizzano i vocaboli» (Mario Bonzi). Ben detto! È proprio il caso dei nostri due grandi, che con una massima parsimonia di mezzi, anzi, come è stato scritto, con una diafana castità di mezzi; sanno esprimere il trascendente, il mondo puro del divino. «Chi ha veduti i dipinti del nostro Angelico non potrà non ammirarvi questo dominio che egli ha sopra la materia, valendosi del disegno, del chiaro-scuro e del colore, solo quanto basti ad esprimere il proprio concetto» (Marchese); in tutt'e due si respira un non so che di verginale, di puro, di schietto da far pensare che essi avessero avuto da Dio il dono di guardare le cose con quella limpida e calma intensità di cui avremmo goduto nell'Eden.

L'uno e l'altro sono entusiastici ricercatori dell'ordine, della simmetria gerarchica in ogni cosa, in modo da trovare sempre il principio che genera e governa quest'ordine, così da raggiungere una luminosa unità ideale.

San Tommaso è stato definito il genio dell'ordine, e il fiesolano può essere giustamente chiamato il poeta di quest'ordine. In ogni suo dipinto di grande respiro è abbastanza facile cogliere l'idea centrale, a cui tutto è subordinato, come è facile cogliere in ogni articolo di S. Tommaso il nucleo. Leon Battista Alberti scriveva che il problema di base, per ogni pittore, è di trovare il centro da cui partire per misurare il digradare delle distanze, e questo per intuitiva propensione ben conosceva fra Giovanni, il quale si sforzava sempre nei suoi lavori di fissare il punto focale, reale od ideale, in virtù del quale equilibrare tutto il resto; così come S. Tommaso, nelle sue indagini, non perde mai di vista l'essenza dell'oggetto, da cui necessariamente parte ogni dimostrazione delle sue proprietà.

La curiosa riprova o conferma delle forti analogie, che corrono tra lo stile pittorico del fiesolano e lo stile filosofico dell'Aquinate, si ha in questo: le opere di ambedue producono un uguale senso di pace, di serenità, di vera catarsi che ha già un lontano sapore di paradiso, come un anticipo di ciò che sarà la visione suprema. Pochi capolavori acuiscono e stimolano l'aspettativa della finale glorificazione come la «Somma Teologica» e le opere più celebri di fra Giovanni.

 

Uguale fortuna nei secoli

Un'altra prova, strana ma efficace, della coincidenza dei due stili si ha in questo che nei secoli l'Aquinate e il Fiesolano ebbero la medesima alterna fortuna. Per esempio, ambedue nel Settecento furono misconosciuti, svalutati e quasi disprezzati. Broussolle scriveva «Il Settecento italiano, molto più che il secolo precedente, era totalmente incapace di comprendere qualche cosa del genio dell'Angelico». Allora contava solo Raffaello. Il Presidente De Brosses nel suo «Viaggio in Italia», compiuto a metà del Settecento, racconta la visita al convento di S. Marco, parla della Biblioteca, della Farmacia, ma niente del B. Angelico, mentre fa notare che i frati facevano pagare carissime le loro medicine «ad maiorem Dei gloriam». Bottari, sempre nel Settecento, per visitare la Cappella Niccolina, racconta che dovette passare dalla finestra. Un'altra prova del poco conto, in cui era tenuto il B. Angelico, l'abbiamo nel fatto che i suoi stessi frati di San Domenico di Fiesole dettero in quel periodo di tempo, incredibile a dirsi, una mano di bianco al suo bellissimo Crocifisso affrescato nel Capitolo del Convento.

Tanto S. Tommaso quanto Fra Giovanni furono riscoperti nei primi dell'Ottocento, il primo dalla scuola eclettica francese, con Cousin a capo (8) l'altro specialmente dai romantici e soprattutto da F. Schlegel e dal Overbeck; ma solo oggi dell'uno e dell'altro ne comprendiamo tutto l'impareggiabile valore.

Accennerò anche ad un'altra conferma della mia tesi sulla stretta analogia dei due stili: ambedue facilissimi ed ambedue insondabili, inesauribili, sempre pronti a rivelarci qualchecosa di inedito, ma restii a dirci il segreto finale della loro misteriosa magia. Il Cardinal Gaetano, il più celebre commentatore del capolavoro tomistico, diceva che più leggeva la facile «Somma» e più la trovava difficile, piena zeppa di recondite asprezze da mettere alla prova il più scaltrito espositore come era lui. Provate a fare il commento estetico ad una grande opera del Pittore Angelico, vi parrà a prima vista una cosa facilissima, ma dopo aver riempito varie cartelle dovrete confessare che non siete riusciti a carpirle il suo indefinibile segreto, il suo incantevole fascino. Ambedue facilissimi da sembrare superficiali, al primo incontro, ed ambedue inesauribili come il mistero. È per questo che San Tommaso ed il B. Angelico mai stancano, mai saziano. Ma, mentre ci nutrono, acuiscono il nostro spirituale appetito.

Veramente si può applicare ai dipinti del Fiesolano ciò che Giovanni XXII diceva di S. Tommaso:

Quot articulos scripsit, tot miracula fecit
Quot tabulas pinxit, tot miracula fecit.

Il mondo sarebbe certamente meno bello, se la Divina Provvidenza non avesse largito all'umanità il B. Angelico, che, unico tra i pittori di tutte le epoche, ha saputo rivelarci gli splendori del paradiso. Quando contempliamo le sue opere, la nostra fede nell'al di là, nella vita ultraterrena si illumina e si fortifica. Indubbiamente Fra Giovanni da Fiesole è il più grande pittore religioso che la storia dell'arte ci presenti. Se la pittura fosse priva di questo astro di prima grandezza, oserei dire che le mancherebbe una dimensione, la dimensione del trascendente, del divino, del celestiale reso sensibile attraverso il colore, la luce, la grazia degli atteggiamenti, lo splendore, l'armonia di tutto l'insieme.

Non sarebbe iperbolico dire che se alla pittura fosse mancato il fiesolano, sarebbe stato come se per il pensiero cattolico non fosse esistito il genio d'Aquino. Infatti l'uno e l'altro aprirono come delle brecce nell'insondabile mistero del mondo trascendente e ci misero in comunione diretta con quel mondo che solo degli angeli è il naturale soggiorno, dopo la loro elevazione all'ordine soprannaturale.

E mi piace finire immaginando che lassù in Paradiso i due grandi cherubini Giovanni da Fiesole e Tommaso d'Aquino danzino insieme le eterne danze davanti all'Altissimo, affratellati da un abbraccio che esprima tutta l'immensa affinità dei due loro magni spiriti, vertici supremi dell'arte e del pensiero cristiani.

 

 

 NOTE

   

(1) L'accostamento fu fatto con felici espressioni anche dal Papa Pio XII nel suo splendido discorso per l'inaugurazione della Mostra del B. Angelico a Roma.  su

(2) P.T.S. CENTI O.P., La teologia di S. Tommaso nell'arte del B. Angelico, in «Sapienza» 1955, 143-157.  su

(3) P. es. Roberto Papini.  su

(4) Cf. GIORGIO LA PIRA, Il valore della persona umana, L.E.F., 1955 c. 13 La gerarchia degli esseri.  su

(5) R. PAPINI, v. B. Angelico nella «Enciclopedia Italiana».  su

(6) B. BERENSON, Fra Angelico, Fra Filippo e la Cronologia, in «Bollettino d'Arte» Fasc. I  Luglio 1932.  su

(7) B. BERENSON, Vedere e sapere, p. 39.  su

(8) Naturalmente parlo di una riscoperta di S. Tommaso nel campo della cultura laica.  su

 

 

 

tratto da:

"Rivista di Ascetica e Mistica"
marzo-aprile 1956, pagg.129-146