Il dipinto del B.Angelico si era presto deteriorato e il pittore Francesco Mariani fu incaricato, nel 1566, di restaurarlo secondo i criteri dell'epoca, cioè ridipingendolo; così è andata persa per sempre la versione originale di Fra Giovanni.
.jpg)
Qui sotto si propone l'articolo che fu scritto dal Padre Tito Sante Centi O.P. dopo il rinvenimento della sinopia.
DISEGNO ORIGINALE DEL B. ANGELICO SCOPERTO NEL SUO CONVENTO
Durante l'anno centenario, cioè nel 1955, la Soprintendenza fiorentina delle Belle Arti aveva concepito l'idea di restaurare un affresco che pareva quasi irreparabilmente perduto. Eccone la descrizione poco lusinghiera fatta nel 1908 dall'Ispettore della R. Galleria Palatina Odoardo Giglioli:
«Affresco che rappresenta la mezza figura della Madonna col bambino Gesù in collo su fondo ovale - E' attribuito a Fra Giovanni Angelico.
Si trova sopra la porta che conduce al nuovo noviziato. Non sappiamo quale fosse l'ubicazione originaria. La rimozione dell'affresco avvenne probabilmente all'epoca di costruzione di questa ala del convento...
L’affresco è quasi tutto ridipinto, e, come scrive il padre Ferretti, è stato sciupato da un vandalo imbianchino non sono molti anni (P. L. FERRETTI, La chiesa e il convento di S. Domenico di Fiesole, Firenze 1901, p. 32).
Il fondo è stato imbrattato con tinta verdastra. L'aureola del bambino Gesù è in rilievo e crocesignata con tracce ancora dell'antica doratura. La parte ornamentale, dipinta insieme all'iscrizione, fu eseguita poco dopo la fondazione del nuovo noviziato avvenuta come ho detto nel 1587. Da un inserto, conservato nell'Archivio della R. Galleria degli Uffizi risulta che l'affresco fu tutto ridipinto nel 1858 da un pessimo pittore che nel fondo vi scrisse il suo ignoto nome (cfr. Archivio della R. Galleria degli Uffizi, Filza supplementare del 1864).
I tratti fisionomici delle figure della Madonna e del bambino Gesù, sebbene alterati da ritocchi, ricordano la maniera dell'Angelico e di qualche suo seguace. Le condizioni dell'affresco non permettono però un giudizio sicuro sull'attribuzione. Nella parte dipinta sopra l'affresco ricorre la seguente iscrizione: « B. Joannes Angelicus huius cenobii filius pinxit ». In una cartella dipinta è l'iscrizione: « Venite filii audite me» (S. Domenico di Fiesole, Arch. Conv.)».
I primi assaggi per un restauro « in loco » lasciarono molto perplessi il Prof. Procacci e i suoi collaboratori. Il dipinto originario pareva ormai irreparabile. Dopo molte esitazioni fu deciso ed eseguito il distacco e il restauro in laboratorio a cinque anni dal centenario. E così il 27 luglio 1960 è ricomparsa in tutta la sua bellezza la sinopia del grande artista domenicano.
Il 27 Luglio molti giornali parlarono dell'avvenimento: poi tornò il silenzio intorno a quest'impresa fortunata.
Ma intanto proseguiva il paziente lavoro di restauro di cui l'antico affresco, collocato all'angolo del chiostro di S. Domenico di Fiesole sulla porta esterna di una vasta sala a pian terreno, aveva assolutamente bisogno.
Ora il restauro è compiuto e l'affresco, con la relativa sinopia, è stato posto nella sala capitolare antica, presso il celebre Crocifisso del grande pittore domenicano. - Per chi non lo sapesse, la sinopia è il disegno in terra rossa (proveniente in antico da Sinope, città dell'Asia Minore), che gli artisti tracciavano sulla parete da affrescare, prima di stendervi la malta levigata su cui eseguiranno l'affresco.
Ebbene, finora non si conosceva nessuna sinopia del Beato Angelico. Il restauro di cui parliamo ci ha rivelato la tecnica dell’artista, presentandoci con evidenza le sue straordinarie capacità di disegnatore. Ormai quello che nel caso specifico sopratutto interessa non è l'affresco deturpato dal tempo e dagli uomini, ma il disegno originale, che ci fa sentire al vivo, sia pure in una composizione modesta, il tocco inconfondibile e sicuro dell'artista geniale, e le vibrazioni immediate della sua anima. Si tratta di una Madonna col Bambino in braccio nell'atto di benedire.
Il gesto non è insolito per il Bambino nei quadri e negli affreschi del nostro pittore. Lo vediamo, infatti, ripetuto con insistenza dal 1433, nella celebre Madonna dei Linaioli, fino alla fine della sua carriera artistica nella celeberrima Madonna del Dormitorio nel convento di S. Marco. Ma nell'affresco di S. Domenico di Fiesole non è solo il Bambino che benedice: anche la Madonna ripete il gesto, quasi per trasmettere in basso la benedizione celeste.
Anzi qui è proprio il caso di sottolineare il continuo travaglio dell'artista, per farci comprendere che la Vergine Madre non è mai estranea alla benedizione del Figlio divino. Basta osservare l'atteggiamento della sua destra. Per lo più essa è tesa verso il braccio del Bambino, come per sorreggerlo nello sforzo e incoraggiarlo nel gesto. Altre volte la mano si scosta delicatamente sul petto, come per trattenere il velo e le altre vesti, che potrebbero impedire quel gesto sacerdotale. Solo nell'affresco dipinto sul portale della chiesa domenicana di Cortona alla benedizione del Bambino corrisponde un vago gesto consimile da parte della Madre. Anche là infatti la Vergine stende, come nell'affresco fiesolano, l'indice e il medio contraendo le altre dita, e la mano si abbassa sotto il braccio benedicente del Figlio. Il gesto però non è così deciso come a S. Domenico di Fiesole.
tabernacolo dei Linaioli:
Madonna col Bambino
Madonna delle ombre
(nel dormitorio del convento di S.Marco):
particolare centrale
Passiamo ora al raffronto minuzioso della sinopia con l'affresco. Quest'analisi sarebbe interessantissima per gli artisti di professione, ma non è inutile per nessuno che abbia il gusto per l'arte e per la cultura.
Dobbiamo premettere, però, che l'affresco originario non è ben conservato. Il restauro radicale tentato in loco nel 1955, mediante la cancellazione di tutti i ritocchi e le manomissioni, minacciava di ridurre la parete a un intonaco uniforme e incolore. Il restauro di quest'anno non è certo il primo nella storia di questa pittura. D'altra parte sappiamo che i restauri dei tempi andati non erano concepiti come ai nostri tempi. Si mirava a perfezionare... l'opera. Perciò diciamo subito che non possiamo sapere quanto nell'affresco, di cui dobbiamo ormai contentarci, ci sia di autentico. Nessuna meraviglia, quindi, per le non poche e non piccole differenze tra il disegno e la pittura.
La più evidente è quella che notiamo nell'atteggiamento del Bambino. Nella sinopia, come in tutti i quadri dell'Angelico che lo rappresentano benedicente, il piccolo Gesù è rappresentato di prospetto; nell'affresco invece è quasi di profilo. - Anatomicamente quella testolina è troppo piccola rispetto al corpo e alla testa della Madonna. Ebbene, nell'affresco si nota il tentativo di ingrandirla. Mentre si tenta di rimpicciolire la testa della Vergine, doppiandone il nimbo e affilandone il volto.
Altra differenza evidente si scorge nel nimbo che circonda la testa del Redentore: nella sinopia è crociato, nell'affresco la croce è praticamente scomparsa. Non meno evidente è la diversa posizione della mano benedicente del Bambino. Nella sinopia il pollice è in posizione naturalissima, quasi verticale, nella pittura invece si proietta intirizzito verso sinistra in posizione orizzontale.
Si osservi nella figura della Madonna la variazione di altezza nella cintura della veste. Nell'affresco si nota una preoccupazione di ordine anatomico. che il disegnatore aveva forse di proposito ignorato come in tanti altri suoi quadri, per dare più risalto alla verginità che alla maternità di Maria.
L'unico particolare in cui la pittura perfeziona realmente il disegno è la mano benedicente della Madonna. Il medio e l'indice, infatti, sono mal combinati nella sinopia, così da sembrare un paio di forbici. Nella pittura le due dita acquistano rilievo e naturalezza. Il pollice però ha conservato una lunghezza eccessiva, senza tener conto della correzione abbozzata nel disegno.
Allo stato attuale delle cose è ben difficile fare delle ipotesi, per spiegare tutte queste differenze. E' possibile che l'artista si sia fidato dei suoi alunni per l'esecuzione dell'affresco, dopo averne tracciato il disegno. Ma è assai più probabile che i ritocchi dei restauratori siano cominciati troppo presto su una pittura, che fin da principio deve essere rimasta molto esposta agli elementi disgregatori, come vedremo. - La differenza di colore negl'incarnati è segno patente di sovrapposizione e di ritocchi. Cosi le ombreggiature che si scorgono nell'affresco sul volto della Madonna e del Bambino mal si conciliano con la luce universale, cui rimase fedelissima la pittura dell'Angelico. Il ritocco postumo spiegherebbe meglio anche la differenza considerevole di sviluppo nei risvolti del manto della Madonna. Nella sinopia il panneggiamento suddetto scende ben l8 centimetri sotto i piedi del Bambino. Nell'affresco invece esso si torce piuttosto malamente a soli 11 centimetri. Siamo perciò portati a pensare che codesta piega raccorciata sia dovuta alla preoccupazione del restauratore cinquecentista, per meglio includere la pittura in un ovale piuttosto ristretto.
Sulla provenienza del nostro dipinto non abbiamo documenti ben chiari ed espliciti. Ma dopo pazienti indagini ci sembra di poter formulare un'ipotesi seria e convincente.
Abbiamo detto all'inizio che l'affresco fino ad oggi si trovava in un angolo del chiostro cinquecentesco del convento fiesolano. Ciò basta per dire che esso non fu dipinto là dal suo Autore, morto nel 1455. I1 P. Ludovico Ferretti ha scritto che esso fu trasportato là, non si sa da quale altra parte del convento, nel 1588, cioè durante la costruzione della nuova ala del convento, che volge verso oriente.
Leggendo però attentamente la Cronica Quadripartita (f. 6v.), sua fonte principalissima d'informazione, ci accorgiamo che egli è incorso in un piccolo errore. Prima della costruzione nel nuovo chiostro, si era già fatto qualche cosa da questo lato. Infatti nel 1507, durante il priorato del P. Giovan Battista Romoli, era stata costruita, o per lo meno iniziata, la grande sala a pian terreno, sopra il cui portale si trovava fino a pochi mesi fa l'affresco del Beato Angelico. Si trattava del «nuovo Capitolo», che il P. Ferretti, poi Vescovo di Colle Val d'Elsa, erroneamente pensava di localizzare all'angolo del primo chiostro.
Ora, se noi pensiamo che sotto il medesimo priorato del Romoli vennero iniziati i lavori per la costruzione delle due prime cappelle meridionali della chiesa, e che da questo lato era l'antica entrata del convento, è facile supporre che l'affresco provenisse proprio da questo lato. – Ebbene, il Vasari ricorda tra le opere di Fra Giovanni Angelico « le pitture che sono nell'arco sopra la porta di S. Domenico ». E l'Anonimo Gaddiano, prima di lui, aveva specificato: « una nostra Donna » (cfr. SALMI M., Il Beato Angelico, Spoleto 1958, p. 88).
Se le parole del Vasari sono da prendersi così come suonano, e non come un presente storico, bisognerà forse spostare il trasferimento dopo la composizione delle sue Vite, cioè dopo il 1550. Ma in tutti i casi la conclusione ci sembra ovvia. L'affresco, oggi restaurato, non è altro che il nucleo centrale della pittura dipinta dall'Angelico sull'arco di entrata del suo convento. Ciò può essere confermato dal fatto che, secondo la Cronaca conventuale, molti sono i lavori eseguiti nel chiostro e nella chiesa dal 1507 al 1566, nel quale anno si sentì il bisogno di imbiancare e decorare i locali rinnovati.
Abbiamo già notato l'analogia del soggetto svolto sul portale della chiesa domenicana di Cortona. Anche in questo caso il gesto di benedizione quadra perfettamente con l'ubicazione accennata. Entrando e uscendo di convento i religiosi ricevevano la benedizione del loro superiore; ma il pittore ricorda il dovere di guardare oltre, e di vedere in quel gesto la benedizione di Cristo e della Vergine Madre.
Con la nostra ipotesi rimane spiegato perfettamente il cattivo stato di conservazione dell'affresco, che deve aver affrontato per vari decenni i raggi cocenti del sole pomeridiano e tutte le intemperie, sotto l'insufficiente protezione di una tettoia o di un arco.
Il trasferimento avvenne nella maniera rudimentale e radicale di quattro secoli or sono. Che il muro sia stato riportato e inserito nel nuovo fabbricato è evidentissimo. Come pure è evidente che si tratta di un muro massiccio perimetrale. Ma il particolare più interessante è forse la deturpazione centrale dell'affresco e della sinopia mediante una perforazione profonda. Tutto fa pensare a un chiodo, piantato lì per agganciarvi e sospendervi una lanterna. Sul portone d'entrata codesto lampione non era soltanto un segno di culto, ma una esigenza logistica.
Del resto il segno inconfondibile dell'arco si riscontra nella sagoma del muro riportato: questo, mentre ai lati è rettangolare, in alto è decisamente tondeggiante. Tutto lascia supporre che per trasportare il blocco centrale siano state sacrificate figure minori, che non dovevano mancare, come non mancano nell'analogo affresco di Cortona.
A sostegno della nostra supposizione possiamo portare per ultimo un argomento « di convenienza ». Se pensiamo alla venerazione che i frati di S. Domenico di Fiesole ebbero sempre per il loro grande confratello, non sembra pensabile che potesse scomparire sotto i loro occhi, senza lasciare nessuna traccia, una pittura uscita dalle sue mani. Il convento e la chiesa sono state davvero dilapidate dei tesori più belli con la perdita delle opere dell'Angelico, ma il cronista non manca mai di segnalare la perdita. Se egli non l'ha fatto per l'affresco dell'arco d'entrata, e non ne ha segnalato il trasferimento, ciò si deve solo al fatto che la nuova sistemazione era per tutti evidente. Sulla porta del nuovo capitolo conventuale, il vecchio affresco si presentava entro una cornice barocca con una scritta inequivocabile: « B. JOHANNES ANGELICUS HUIUS COENOBII FILIUS PINXIT ».

la chiesa antica (1430 circa)
evidenziata in rosso la
posizione originaria
della Madonna della benedizione
La Cronaca Quadripartita ci suggerisce, mi pare, anche il nome dell'artista che per primo osò ritoccare l'opera dell'Angelico, incorniciandola con motivi barocchi. Siamo « nel 1566, nel mese di Luglio, sotto il priorato del Ven. Padre Fra Serafino Razzi di Marradi ». In codesto anno e mese «venne dipinta l'immagine del fondatore di questa casa, sopra la porta che immette nell'orto. Così fu dipinta sull'altra porta del chiostro... l'effigie di S. Antonino, primo figlio di questo convento... Fu anche restaurato l'affresco del refettorio (del B. Angelico anch'esso)... E tutti questi lavori per la pittura furono eseguiti da un bravissimo giovane di belle speranze, cioè dal fiorentino Francesco Mariani » (f. 10).
Mons. Ferretti, come del resto anche il P. Marchese prima di lui, non riusciva a perdonare codesto giovane di belle speranze, di aver osato mettere le mani su una pittura del Beato Angelico. Ma se dobbiamo attribuire a lui anche il primo restauro dell'affresco di cui abbiamo parlato, è doveroso ringraziarlo per avercelo salvato in qualche modo; altrimenti oggi non saremmo in grado di ammirarne l'impareggiabile disegno originale.
P. TITO S. CENTI O. P.
Tratto da: “Memorie Domenicane”, gennaio-marzo 1961, pagg.3-9
|
|
|
|
|
|
|
|