Beato  Angelico:

Crocifisso  del  capitolo

 

B.Angelico: Crocifisso del Capitolo

 

L'affresco, tra le opere realizzate del Beato per il suo Convento, è l'unica che si trovi ancora nel luogo originale, cioè nella sala dell'antico Capitolo. Per motivi non ben conosciuti il dipinto, in un periodo non precisato, fu ricoperto con la calce, e così rimase fino al 1881, quando fu riscoperto e liberato dallo strato che lo nascondeva. Complessivamente l'affresco è in buono stato, ma la gamma dei colori è stata compromessa ed è problematico immaginarsi i colori originali.
La datazione dell'affresco è incerta: alcuni studiosi la fanno risalire ai lavori di completamento del refettorio e del capitolo (1432-1434); altri studiosi, credendo di ravvisare l'influenza di Masaccio nella raffigurazione del volto del Cristo (reso di fronte e di scorcio), fanno rimontare il dipinto ad una fase più giovanile (1425-1430).
Un'altro punto di divergenza fra gli studiosi è lo stato del Cristo: ancora vivo o già morto? Il P.Lodovico Ferretti, per esempio, opta per la seconda interpretazione, mentre il P.Stefano Orlandi per la prima. Se è vera la seconda, allora questo crocifisso è un unicum nella produzione dell'Angelico, perché in tutte le altre raffigurazioni (circa 40) il Cristo crocifisso è vivo.

 

 

 

 

Qui sotto si propone l'articolo che fu scritto dal Padre Lodovico Ferretti O.P. non molti anni dopo la riscoperta del dipinto.

 

IL CROCIFISSO DEL CAPITOLO DI SAN DOMENICO DI FIESOLE DIPINTO A FRESCO DAL BEATO ANGELICO

 

Due ricorrenze in una, i giorni della Passione che si avvicinano e l'anniversario della morte del B. Giovanni Angelico il quale andò a Dio il 18 Marzo 1455 e fu detto Venerabile fin dal morire, ci offrono l'occasione di dare l'incisione di uno dei più belli, e insieme dei più grandiosi affreschi del Beato; esso è il Crocifisso del Capitolo, che ammirasi nel Convento di S. Domenico di Fiesole. Già il nostro periodico ne tenne parola(1); ma ben volentieri torniamo a parlarne, essendo ormai, lo diciamo con dolore, forse l'unico lavoro del Beato Angelico che ancor rimanga pienamente nelle mani dei suoi confratelli.

Esiliati nella soppressione napoleonica dal loro storico convento di S. Domenico, i religiosi domenicani videro dolenti prender la via di Parigi insiem con tanti capolavori italiani la famosa tavola dell'Incoronata che abbelliva l'altare del Rosario nella loro artistica e devota chiesa; ed espulsi più tardi anche dal Convento di S. Marco dovettero abbandonare quelle celle, ove l'Angelico aveva diffuso a larga mano le ricchezze dell'arte sua, costretti ad abitare l'antico noviziato che, costruito in epoca posteriore all'Angelico, di lui non conserva neppure il minimo ricordo. E intanto due stupendi affreschi del Convento di S. Domenico, ridotto a proprietà privata, vedevansi prendere anch'essi la via, l'uno di Parigi, l'altro di Pietroburgo(2); e quando nel 1879 dopo tanti sforzi i religiosi di S. Marco l'ebbero riacquistato, non poteron a meno di lamentare dinanzi a quelle ignude pareti le perdite irreparabili.

Ma la scoperta di questo splendido affresco(3) veniva in gran parte a compensare quel vuoto, e ridonava ai confratelli dell'Angelico un ricordo prezioso , agli artisti un tesoro, a tutti un monumento mirabile del più sublime sentimento religioso.

L’ intero affresco misura metri 3,63 di altezza e metri 2,10 di larghezza. Un ricco fregio largo 20 centimetri ricorre tutto attorno al dipinto. Sopra un piccolo monticello s'alza la croce per tutta la lunghezza dell'affresco, e il cartello che sta in vetta è scritto per disteso, in ebraico, greco e latino. Risalta mirabilmente sopra un fondo nero la bianca figura del Cristo, che sola misura metri 1,70 dal capo ai piedi. Quello che tosto colpisce chi lo guarda, è la calma mirabile dell'atteggiamento del Cristo morto, e la posizione del capo chinato direttamente in giù senza piegare né a destra, né a sinistra. Questa posizione, che mai o quasi mai si ritrova nelle innumerevoli immagini del Crocifisso, ritrae a mio parere, meglio che ogni altra, l'atteggiamento dell'Uomo-Dio, che padrone della morte anche nel momento in cui si assoggetta per qualche giorno al suo dominio, muore perché vuole, ed obbediente fino alla morte di croce china il capo e poi consegna al Padre il suo spirito. Che nell'atteggiamento del Cristo morto possa aver luogo alcunché di quelle smanie, di quegli scontorcimenti, di quell'abbandono puramente indeliberato che riscontrasi in chiunque muoia, particolarmente di morte violenta, non è credibile, né teologicamente esatto; e fu altamente sapiente l'Angelico, che dall'effigie del morto Redentore non solo tolse via quanto potesse dare indizio di passione non intieramente soggetta ad un impero che era insieme divino ed umano, ma volle altresì che la posizione del capo non fosse altro che l'espressione del libero e completo sacrifizio che la Vittima Divina fece di sé al Padre dei Cieli. Si contempli bene quella fronte così abbassata, e si rifletta un poco, e si converrà di quanto io dico. Ho veduto molti restar lungo tempo immobili dinanzi a questo dipinto, tanto profondo è il sentimento che ispira, e tanta verità si racchiude in quella semplice e nuda figura! Ho veduto artisti rimirar lungamente quel singolarissimo modello di testa piegata, e non appagarsi finché non ne avessero recato seco un disegno; tanto vera e naturale, quantunque così lontana dall'ordinario, essi trovavano quella posizione!

Potrà taluno opporre l'esempio di altri Crocifissi dell'Angelico, dipinti col capo per lo più piegato sulla destra ; ma chi rifletta che questo è il solo Crocifisso che il Beato dipinse senza alcuna figura ai piedi e rappresentò veramente morto, troverà ragionevolissimo che il pittore qui soltanto rappresentasse il Cristo in quella posizione. Dovendo invece raffigurare, nelle tavole o negli affreschi, la Vergine o S. Domenico o altri Santi, egli volle quasi mostrarci il Cristo vivente(4) che piega il capo verso la figura che, dopo quella del Cristo, resta principale in quelle scene dolorose. Il devoto spettatore, che nell'intento dell'artista è per lo più un pio religioso, per cui quelle figure devon servir di soggetto di meditazione, cerca di far suo l'affetto e la pietà che vede trasparire dal volto della Vergine o del santo genuflesso e pregante, e a sé stesso immagina rivolto lo sguardo e la parola del morente Redentore. Nel caso nostro l'Angelico, rimossa ogni figura, ha voluto che lo spettacolo sublime del Cristo morto e non altro, direttamente ci colpisca, ed attragga tutta la nostra attenzione. È l'Uomo-Dio, che qual rimase sulla croce dopo aver chinato il suo capo e poi emesso il suo spirito, rimane e rimarrà sempre scolpito nel cuore dell'umanità, e sempre ripeterà a noi nel silenzio di morte Exemplum dedi vobis.

E quest'immagine, in quest’atteggiamento nuovo, ma pur così naturale, a trovare il quale il pensiero dell’artista fu aiutato da una mente di teologo e da un cuore di santo, ci parla con eloquenza divina e ci invita a pregare e a sperare.

 

P. Lodovico Ferretti  dei predicatori

 

NOTE

1.      V. anno II, p. 427. Cf. ivi, p. 376 e anno V, p. 394. su

2.      Il primo, che ornava l'antico refettorio, rappresenta il Crocifisso colla Vergine, S. Giovanni Evangelista e S. Domenico, e trovasi al presente nella galleria del Louvre a Parigi; l'altro rappresentante la Vergine col Figlio e S. Domenico e S. Tommaso ai lati, che già esisteva nel dormitorio dei Padri, fu acquistato dal Granduca Sergio di Russia, ed è ornamento della galleria dell'Hermitage a Pietroburgo. Vedi nel Marchese Memorie ecc., ediz. 1875, vol. 1, p. 300, la descrizione di ambedue questi affreschi e correggi l’errore, ove si dice che il secondo trovavasi nell’antico capitolo. su

3.      Il merito di questa scoperta dal Nuovo Osservatore Fiorentino, anno 1885, n. 15, venne dato per intiero al compianto P. Raimondo Massini. Fu senza dubbio sua fatica e dell'egregio Prof. Cambi di Firenze la paziente opera di mano nel togliere il bianco della calce di sopra l'affresco. Ma per amor del vero dobbiamo dire, che fino dai primi tempi in cui il convento fu rivendicato, cioè fin dal 1879, prima che il P. Massini fosse inviato al Convento di Fiesole, era già stata fatta quella scoperta, alla quale molto agevolmente conduceva il rilievo dell'aureola sporgente dalla muraglia; anzi da un esame fatto qua e là era stato già assicurato che trattavasi di un Crocifisso, e dalla lettura della Cronaca era stato provato con certezza che la pittura eseguita nel Capitolo dal B. Angelico, di cui essa parla, non poteva esser altro che quella. Al benemerito P. Massini, tanto amante dell'arte e suo appassionato cultore, si deve se sollecitamente fu posto mano a togliere il bianco, e se colla massima diligenza venne eseguito il lavoro. su

4.      Che il Crocifisso ancor vivente sia dipinto col lato aperto e versante sangue è un anacronismo, comunissimo allora anche tra i più eccellenti maestri. Abbiamo anche moltissimi esempi del Gesù Pietoso che si alza dal sepolcro mostrando le mani e il lato ferito. su

 

 

 

tratto da  “Memorie Domenicane”, 1899, pagg.164-168